McGrath Patrick

Il morbo di Haggard

Pubblicato il: 7 dicembre 2018

Va detto, fin da subito, che McGrath ha scritto di meglio. “Il morbo di Haggard” non è di certo il suo romanzo più riuscito o penetrante. Fin dal titolo, il libro mette in campo la presenza di un “morbo” e quindi va ad animare nel lettore la previsione di un qualcosa di anomalo, malato, ossessivo, pericoloso. E, conoscendo il talento dello scrittore inglese, non era escluso un visionario viaggio psicologico in una sostanza tanto oscura e ineffabile come la mente umana. Sia chiaro: il viaggio in questione viene pur sempre compiuto ma non nella maniera che, personalmente, mi sarei aspettata. Sembra che McGrath con “Il morbo di Haggard” abbia preferito rimanere un po’ più in superficie scegliendo di non profanare e denudare il “morbo” ma di lasciarlo raggomitolato e latente tra i discorsi del dottor Haggard, il cui flusso ininterrotto di pensieri e parole costituisce l’intera materia dell’opera.

In prima istanza ciò che si incontra in questo romanzo è una storia d’amore. Apparentemente come molte altre: Haggard diviene l’amante di Fanny, donna sposata con un illustre medico e madre di un ragazzino. Siamo nel 1937 e in Inghilterra si respira un’aria minacciosa per via di una guerra che tutti percepiscono, a ragione, come imminente. Edward Haggard al tempo è ancora intenzionato a diventare un chirurgo e viene letteralmente travolto da una storia d’amore che non immaginava possibile. Lei, Fanny, è bellissima, elegante, seducente e volitiva. I due si amano profondamente e in maniera travolgente cercando comunque di tenere nascosta una relazione che potrebbe avere esiti nefasti per la donna. Come avviene in ogni intreccio drammatico che si rispetti, il marito di lei scopre il tradimento e, come spesso accade, riconduce la moglie ai suoi doveri di coniuge e madre.

Haggard è profondamente turbato dagli eventi inoltre, per via di un incidente, nel suo corpo viene impiantato un chiodo che lui chiama Spike, come fosse un vecchio conoscente, che gli procura dolori lancinanti e lo induce a fare un uso a dir poco smodato di morfina. Tra lui è Fanny non può più esserci nulla. Lei è stata chiara: deve lasciarla stare. Niente di più complicato per il dottor Haggard. È perdutamente innamorato e quella donna è la sua ossessione. I ricordi diventano feticci, la disperazione gli fa immaginare di vederla ovunque, il dolore causato da Spike e quello che gli sale da cuore si mescolano e si confondono fino a lasciarlo senza fiato. “Il libro di Keats che mi aveva regalato lei, che avevamo letto insieme davanti al fuoco, era un cristallo di ricordi, come pure il vaso di porcellana e i fiori (non avevo mai permesso alla signora Kelly di gettarli via): ormai, dopo tante settimane, erano appassiti e l’acqua marcia puzzava, ma io raccoglievo in un piattino i petali rinsecchiti che cadevano e li guardavo per ore e ore, perché li aveva toccati lei! La sua voce abitava i miei sogni, anche se non dormivo quasi mai, ma quando scivolavo nel torpore dopo aver dato sollievo a Spike… in quei momenti ero più sensibile alla sua presenza, al suono della sua voce e dei suoi passi sul pianerottolo; allora, nel cuore della notte, mi alzavo dalla poltrona, e con l’andatura grottesca di uno sciancato in preda all’esaltazione, un po’ zoppicando, un po’ saltellando, mi lanciavo verso la porta, la spalancavo e trovavo… il nulla!“.

Il dottor Haggard sa che rischia di impazzire e vorrebbe tanto fare a meno della morfina. Prova a rinunciare alla sostanza che gli procura sollievo ma non ci riesce. Deve mettere da parte le sue ambizioni professionali e ripiegare. Lascia Londra e si trasferisce a Griffin Head dove inizia a esercitare la più umile professione di medico condotto. Abita in una vecchia casa ad Elgin che uno zio gli ha lasciato in eredità. “Mi innamorai della casa e ne feci un museo della nostalgia, un tempio alla memoria…“. Una casa dall’aspetto grigio e cupo che diviene una sorta di mausoleo in onore della donna che ama. Ed è esattamente qui, a Elgin, che un sabato pomeriggio del 1940 che Haggard riceve la visita di un giovane pilota bruno con l’uniforme azzurra. “«Mi chiamo James Vaughan» hai detto. Senza esitazione. «Penso che lei abbia conosciuto mia madre»“. Fanny, come Haggard ha saputo quasi per caso, è morta per una nefrite alcuni anni prima e la frase pronunciata da quel ragazzo va direttamente a scavare nell’animo del dottore, parole inaspettate che riportano a galla un amore mai finito, un’ossessione mai placata, un desiderio mai abbandonato.

Il figlio di Fanny è ora un giovane aviatore impegnato sul fronte di guerra. In lui Haggard nota molti dettagli che le ricordano la donna amata. In lui scorge espressioni e movenze tanto simili a quelle di Fanny. Il morbo è lì, a corrodere lo sguardo e il cuore di un uomo che ama in maniera insana e che pensa di vedere nel corpo e nella coscienza di un ragazzo il ritorno della bellissima amante. Potrebbe essere così? Fanny potrebbe essere tornata da lui incarnando il corpo di suo figlio? Purtroppo è solo nell’ultima parte che “Il morbo di Haggard” si fa potente e veramente coinvolgente. Le insane ossessioni di Haggard e le sue speranze visionarie rendono questo personaggio estremamente inquietante ma anche unico e avvincente. Alla luce della vera natura del “morbo”, percepibile solo alla fine del romanzo, si riesce a vedere tutta la macabra e lugubre bellezza dell’idea che è alla base della storia ma, probabilmente, tale consapevolezza giunge un po’ troppo tardi.

Edizione esaminata e brevi note

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. È figlio di uno psichiatra criminale ed ha trascorso la sua infanzia presso il manicomio di Broadmoor, dove suo padre lavorava. Patrick si è avvicinato al mondo della letteratura anche se il padre avrebbe preferito che seguisse le sue orme. È sposato con l’attrice, produttrice e regista Maria Aitken e vive tra New York e Londra. Il suo primo romanzo, “Grottesco”, è stato pubblicato nel 1989. Negli anni successivi sono arrivati: “Spider”, “Il morbo di Haggard”, “Follia”, “Margha Peake”, “Port Mungo”, “Trauma”.

Patrick McGrath, “Il morbo di Haggard “, Adelphi, Milano, 2002. Traduzione di Annamaria Raffo. Titolo originale “Dr Haggard’s Disease” (1993).

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