Colson Whitehead, romanziere americano, classe 1969, mi sembrava non agevole da approcciare. Forse un po’ di soggezione, chi può dirlo. Vincitore di un premio Pulitzer nel 2016, per “La ferrovia sotterranea”, ha poi fatto il bis nel 2020 con “I ragazzi della Nickel”, lettura nella quale mi sono cimentato grazie a una proposta del gruppo di lettura Vileggo. In più, a crearmi un po’ di resistenza le tematiche del romanzo, assolutamente attuali anche se ambientato negli anni Sessanta in America. Soprusi, dolore, prevaricazione, discriminazioni razziali che purtroppo sono ancora operanti.
Pur trattandosi di un’opera di fiction, Whitehead costruisce la narrazione – ed è la cosa che più lascia il lettore con l’amaro in bocca e lo induce a riflettere – ispirandosi a una vicenda reale, la vera storia dell’Arthur G. Dozier School for Boys di Marianna, in Florida. Un istituto correttivo chiuso nel 2011, salito alla ribalta delle cronache per esser stato per più di un secolo teatro di abusi, torture e stupri nei confronti di minori incarcerati con l’obiettivo di riabilitarli e di farne dei buoni cittadini americani.
Whitehead decide di raccontare questa storia dal punto di vista di Curtis Elwood, un giovane di colore cresciuto con la nonna materna – è stato prematuramente abbandonato dai suoi genitori – nel quartiere afroamericano di Frenchtown, Florida, anni Sessanta. L’occhialuto Elwood è un inguaribile ottimista, anche se vittima di qualche scherzo più o meno brutale dei ragazzi bianchi del vicinato, aperto alla vita e ai nuovi fermenti del pensiero politico e sociale dell’epoca. Studioso e diligente, si trova un lavoro dopo la scuola, per racimolare i soldi con cui pagarsi il college. Elwood legge Life e si appassiona ai discorsi di Martin Luther King. Per il tramite di un suo professore, sensibile ai diritti civili dei neri, entra in contatto con un gruppo di attivisti. Lo scontro con un destino balordo e implacabile avviene quando Curtis accetta un passaggio da un ragazzo bianco su un’auto che non sa esser stata rubata. Fermato e incriminato, senza colpe, solo per il fatto di esser nero, viene spedito alla Nickel Academy, una scuola riformatorio per soli maschi il cui compito è quello di trasformare i giovani delinquenti in cittadini rispettabili e onesti.
Sarà una discesa all’inferno, che tuttavia Whitehead racconta con una prosa asciutta e affilata, quasi con tatto e dolcezza nei confronti del lettore, senza comunque glissare sulla violenza di alcune pratiche, la spietatezza e la crudeltà anche gratuite dei suoi carcerieri, che hanno un occhio di riguardo per le camerate dei bianchi rispetto a quelle popolate dai ragazzi di colore, in perfetto stile Ku Klux Klan di cui alcuni, anche con ruoli ai vertici dell’istituzione, sono membri. Elwood si delinea come un personaggio fragile e al contempo resiliente, con una sua forza, anche se viene piegata da terribili punizioni corporali. Ci sono notti buie e senza luna, in questo romanzo, dove in dormitori silenziosi i ragazzi vengono prelevati e portati in stanze di cui tutti preferiscono tacere, dove rumorosi ventilatori industriali coprono le loro urla e sofferenze; ci sono colline dove giacciono i corpi martoriati di chi non ce l’ha fatta, di chi è stato portato “là dietro”.
Ma nonostante tutto, Elwood si rialza, non smette di sperare. Quello stato di cose può e deve cambiare. La sua partita se la gioca con una lettera che potrebbe spiegare al mondo quel che accade tra quelle mura. Ma la società al di fuori della Nickel già sa e sceglie di non vedere, di non sapere, è acquiescente con l’orrore. Whitehead racconta la perseveranza di Elwood, i valori incrollabili in cui crede, la poesia dell’amicizia con Turner, l’amico che gli fa da spalla – già due volte recluso alla Nickel – e che lo aiuterà a fuggire, la nobiltà d’animo che si oppone alla disumanità più cieca. Dobbiamo credere nel profondo dell’anima che siamo qualcuno, che siamo importanti, che meritiamo rispetto, e ogni giorno dobbiamo percorrere le strade della nostra vita con questo senso di dignità e di importanza.
C’è qualcosa che non funziona perfettamente in questo romanzo, a mio avviso. Dopo un folgorante incipit, Whitehead procede con grande mestiere ed equilibrio nella prima parte, che racconta l’iniziale sconcerto e il graduale “adattamento” di Curtis Elwood alle dinamiche della famigerata Nickel. Verso la fine avviene un vero e proprio ribaltamento, un evento imprevedibile che non analizzo per non guastare la sorpresa a chi non l’ha ancora letto, che forse è il punto di forza di un romanzo che vibra di emozioni forti, di denuncia sociale e di una memoria che va salvaguardata a ogni costo. Da un punto di vista narrativo, però, ho trovato quest’ultima parte troppo frettolosa rispetto al bilanciamento del resto del romanzo. Si ha quasi l’impressione che Whitehead avesse fretta di chiudere (per consegnare lo script in scadenza, per dedicarsi ad altri lavori?). Avrebbe potuto indugiare di più nello sviluppo di questa fase dell’intreccio – trovata una svolta efficace e memorabile, va detto. Invece il ritmo accelera e lascia il lettore un po’ basito. Si è detto tutto quel che il messaggio intendeva veicolare, certo, ma il respiro del romanzo forse ne ha risentito.
Edizione esaminata e brevi note
Colson Whitehead (New York 1969) ha esordito nel 1999 con L’intuizionista, finalista al PEN/Hemingway. John Henry festival (2001) è stato invece finalista al Pulitzer e al Book Critics Circle Award mentre La ferrovia sotterranea (2016) ha vinto, tra gli altri, il National Book Award, il Pulitzer e l’Arthur C. Clarke. Nel 2019 esce I ragazzi della Nickel, anch’esso premiato con il Pulitzer. È unanimemente considerato uno dei massimi scrittori contemporanei.
Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel (Mondadori, collana Absolute), 216 pp., data di pubblicazione 6 luglio 2021.
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