Davigo Piercamillo

Il sistema della corruzione

Pubblicato il: 8 aprile 2017

Piercamillo Davigo, al momento di lasciare l’incarico di Presidente dell’ANM, ha affermato che negli ultimi dodici mesi “un capitolo drammatico è stata l’interlocuzione con la politica, per la loro totale inaffidabilità: sono arrivati a stracciare un accordo scritto senza rendersi conto che così stracciavano la loro credibilità. Discutere con interlocutori inaffidabili è difficile. Non sanno quello che fanno”.

Di questa inaffidabilità, ed anche di una crassa ignoranza e di una protervia che sfiora il ridicolo, possiamo leggere nell’ultimo libro del magistrato, riflessione puntuale su un sistema criminale che nel tempo, proprio dopo i cedimenti dei primi anni ’90 (crisi economica, torta da spartire meno larga), si è evoluto ed è proliferato con un procedere quasi darwiniano. Ad esempio: “Si sono modificate le modalità corruttive: alla consegna di denaro contante si è sostituita (in molti casi) o affiancata un’altra forma di retribuzione (attraverso incarichi, consulenze etc etc)” (pp.6). Modalità di un sistema corruttivo (quello in stile “emiliano” che avrebbe sostituito il “milanese”) che, secondo noi, erano già state svelate, fin dagli anni ’90, dal compianto Ivan Cicconi Cicconi nel suo indispensabile “La Storia del futuro di tangentopoli” e poi, in tempi più recenti, con “Il libro nero dell’Alta Velocità”.

Anche gran parte delle riflessioni di Davigo non sono inedite, già lette ad esempio in “La giubba del re”, ma in questo breve saggio edito da Laterza si coglie più che mai l’urgenza di chiarire una volta per tutte quali sono le caratteristiche peculiari della corruzione italiana [“’serialità’ (chi corrompe una volta lo fa ancora) è diffusività (per corrompere si crea una rete). 25 anni dopo Tangentopoli la corruzione non è diminuita: semmai ha cambiato le sue forme, passando da una corruzione centralizzata attraverso i partiti nazionali a una locale, attraverso le amministrazioni decentrate”]; ed anche la necessità di rispondere a coloro che straparlano, siano politici rampanti e presunti rottamatori, siano giornalisti dediti al fantasy giudiziario (pensiamo a Mattia Feltri, autore di “Novantatré. L’anno del terrore di Mani pulite”). Ad esempio in risposta a chi scrive di Tangentopoli fucina di perseguitati: “a parte il fatto che molti di quei parlamentari non sono stati assoluti in senso pieno, bensì semplicemente prescritti […] il problema è che anche la gran parte di quelle assoluzioni è stata possibile perché nel frattempo sono state cambiate le leggi” (pp.8). Insomma, tutta una serie di analisi, supportate da dati difficilmente contestabili, compresi i procedimenti nei confronti degli ex comunisti, che, per l’ennesima volta, demoliscono la leggenda metropolitana di Davigo toga rossa. Anche se è probabile che i giudizi impietosi del magistrato sulla politica del riciclatore di Rignano potranno presto creare altra leggenda: la  toga a cinque stelle.

La verità è che il nostro autore del rapporto tra politica e giustizia ha scritto in termini tutt’altro che ideologici, svelando che sono altri, con la loro inerzia e con le loro misere furbizie (ad esempio l’uso ad minchiam di argomenti come garantismo e giustizialismo), a deteriorare il principio di separazione dei poteri, con la conseguente sovraesposizione della magistratura, attribuendo, di fatto, ai giudici il compito assurdo di selezionare la classe dirigente: “Questo è potuto accadere perché sono mancati tutti i meccanismi di controllo alternativi a quelli della giustizia penale […] Invece succede il contrario. In Italia c’è chi è rimasto avvinghiato al proprio posto fino a quando non sono arrivati i carabinieri a schiodarlo, e qualche volta anche dopo. Questo è avvenuto in quanto non hanno funzionato forme di responsabilità diversa, e ciò ha prodotto alcune conseguenze aberranti. In primo luogo, facendo coincidere la responsabilità etica, la responsabilità disciplinare, la responsabilità politica e la responsabilità morale in senso lato con la responsabilità penale, si è applicata in modo perverso la presunzione di non colpevolezza” (pp.77).

Da qui tutta la serie di inconcepibili contraddizioni, compreso un oscillare grottesco tra garantismo (fasullo) e intransigenza, che, se da un lato provocano sconcerto nei cittadini più consapevoli, nel contempo diventano pretesto per perseguire una politica teoricamente  repressiva con la criminalità di strada ed invece arrendevole nei confronti dei colletti bianchi e degli amici degli amici: “Ebbene, il nostro sistema giudiziario è durissimo e spietato nei confronti di chi è così sciocco da farsi arrestare in flagranza di reato; è invece del tutto inadeguato nei confronti di chi commette reati di una certa complessità” (pp.60). Del libro di Davigo abbiamo apprezzato anche altre riflessioni, ad esempio quelle sui media italiani: “Nel 1992 giornali e tv raccontavano i fatti, e i fatti superavano i commenti perché parlavano da soli; oggi molto spesso i fatti vengono nascosti, filtrati e manipolati da un sistema mediatico controllato in maniera ferrea. Il commento fuorviante prevale sulla cronaca, relegata in posizioni marginali per consentire ai media di parlar d’altro” (pp.93).

Un libro che, partendo dal sistema penale e dalla sua incapacità di contrastare la corruzione, delinea un’Italia in piena decadenza, sempre condizionata dalle menzogne di una classe politica invereconda, ma che almeno si conclude con una citazione che lascia un briciolo di speranza nel futuro: “Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo” (Abramo Lincoln).

Edizione esaminata e brevi note

Piercamillo Davigo, (Candia Lomellina, 1950) è un magistrato italiano. Dall’aprile 2016 all’aprile 2017 è stato Presidente dell’associazione nazionale magistrati. Attualmente è consigliere della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda Sezione penale dal 2005. Entrato in Magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dal dicembre del 2000 è stato consigliere della Corte d’Appello di Milano.

Piercamillo Davigo, “Il sistema della corruzione”, Laterza (I Robinson. Letture), Roma  – Bari 2017, pp. 101.

Luca Menichetti. Lankenauta, aprile 2017