Da Rold Alessandro

Lega Spa

Pubblicato il: 11 novembre 2012

I tempi di “Roma ladrona” non sono lontani, eppure in pochi mesi, in quelle vallate del nord dove era tutto un inneggiare alla purezza della razza padana (forse si riferivano a dei bovini?), molto è cambiato. Bossi, che già sapevamo parecchio rincoglionito, è stato ufficialmente pensionato, il suo cerchio magico si è rivelato piuttosto come una banda di allegri magnaccioni, le urla belluine rivolte ai ladri sudisti si sono attenuate non poco di fronte alla scoperta che i meridionali ‘ndranghetisti avevano colonizzato la Padania col pieno assenso di alcuni storici esponenti della Lega. Insomma uno spettacolo grottesco, in piena sintonia con un certo costume nazionale che in qualche modo rassicura chi temeva la secessione dei popoli del Nord: loro – i padani – sono ufficialmente italiani a tutti gli effetti. Il libro di Da Rold, giornalista che da anni segue con particolare attenzione la banda Bossi, è una delle più recenti pubblicazioni di argomento Lega e racconta proprio l’involuzione di un movimento che, nato per rivoluzionare la struttura istituzionale dell’Italia, si poi è ritrovato a dare conto di fondi in Tanzania, mazzette, nepotismi.

L’autore parte da lontano e, citando suoi articoli e quelli di molti altri colleghi, bisogna dare atto che non fa alcuno sconto nel ricordare la personalità controversa del fondatore della Lega, “il bullo di Cassani Magnano”, con la sue tre feste per una laurea inesistente, con le sue spacconate che tanto piacevano al puro popolo padano. Una purezza sempre sbandierata ma che poi negli anni si è decisamente intorbidita nella gestione del potere. Come ci ricorda Da Rold, questo ha voluto dire sette società direttamente o indirettamente controllate, un bilancio di svariate decine di migliaia di euro, su cui nel 2010 sono confluiti 18 milioni di contributi dallo Stato, e un utile dichiarato di sette milioni e mezzo. Legittimo quindi domandarsi perché sia stato necessario affidare la gestione di tutto questo denaro a Francesco Belsito, personaggio oscuro, incompetente, mentre il partito al suo interno annoverava professionisti di riconosciuta fama. Legittimo domandarsi dove e quando la ‘ndrangheta si sia infiltrata tra i puri padani. Parimenti legittimi gli interrogativi sul ruolo di Manuela Marrone, la moglie di Bossi, e Rosi Mauro, l’ex presidente del sindacato padano. A queste domande, e ad altre, tenta di rispondere il libro di Alessandro Da Rold, ben scritto, che quanto meno riesce a chiarire alcuni complessi passaggi sui “tesori” della Lega e sulla loro gestione tra conti esteri e scalate societarie: perché poi alla fin fine è sulla questione denaro che sono caduti anche i più puri, o presunti puri, e si sono infranti i sogni di tanti generosi militanti.

Da meditare le pagine, presenti in “Never Say never again”, che riguardano il rapporto tra Bossi e il Cavaliere, dalla caduta del primo governo Berlusconi, dal “Berluskazz”, al patto di ferro che ha  obbligato la Lega a votare tutte le più oscene leggi ad personam di questi anni. Cos’era successo per far dimenticare le violente accuse di mafia rivolte a Berlusconi, quelle che la Padania ha sparato per mesi in prima pagina, fino ad arrivare ad un’alleanza politica che ha resistito fino a pochi mesi fa ed ancora non è del tutto esclusa? Altri libri e inchieste ne hanno dato conto ed anche qui Da Rold le cita, con l’ulteriore testimonianza di Leonardo Flacco, uno che la Lega l’ha conosciuta bene dall’interno: “A sostanziale conferma del gigantesco buco di bilancio, ripianato da Berlusconi in cambio della totale fedeltà di Bossi, c’è anche un documento inchiesta datato 21 giugno 2011, apparso su Indymedia Italia, in cui si fa riferimento a degli appunti sequestrati al giornalista del settimanale Famiglia Cristiana, Guglielmo Sanisini. In sostanza, nella primavera-estate 2000 il cerchio magico [n.d.r. ma a rigore sarebbe nato ufficialmente dopo la malattia di Bossi] confeziona un affare economico mirabile, ma forse un po’ meno politico, secondo una parte degli elettori del Carroccio. A tirare i fili è il tesoriere Balocchi, poi c’è Bossi, e la moglie Manuela. A fare da tramite è Brancher, abile mediatore, prete spretato, manager di Publitalia, azienda della galassia Fininvest dove è cresciuto con il senatore Dell’Utri, quest’ultimo alle prese da anni con le indagini per mafia della procura di Palermo” (pag. 60).

Dodici anni dopo tocca a Maroni fare pulizia (“Non fosse altro per dimostrare a tutti – padani e non – che uno che si chiama Maroni, i “maroni” ce li ha per davvero”), ma davvero c’è da chiedersi se ne sia capace: il personaggio, malgrado reciproche diffidenze, è stato complice per oltre vent’anni di Bossi e tutt’ora non esclude ritorni di fiamma con gli stipendiati di Silvio. Interrogativo al quale “Lega S.p.A.” non può rispondere ma che ci racconta un po’ di cose non troppo rassicuranti, almeno per il futuro del Carroccio. Al termine della lettura del libro, ma parimenti di tutte quelle inchieste che riguardano la Lega e altri partiti della seconda repubblica, viene da pensare che è la profezia di Berlusconi si sia avverata: la netta sensazione che, malgrado le sparate anticomuniste, di ideologia in questi personaggi non ci sia  traccia e che quella “politica del fare” si sia  rivelata in pieno come imprenditoria con la ragione sociale “compravendita di voti e di alleanze”. Ladri e in fondo del tutto coerenti con quello che fu il “miracolo italiano”.

Edizione esaminata e brevi note

Alessandro Da Rold, nato a Milano (1980), si è laureato in legge all’Università Statale di Milano con una tesi sui diritti umani. Ha collaborato con giornali e agenzie di stampa fino ad approdare nel 2008 al quotdiano Il Riformista. E’ poi  passato da Lettera43.it e alla fine è approdato a Linkiesta. Da anni segue le vicende politiche della Lega Nord.

Alessandro Da Rold, Lega Spa, Edizioni CentoAutori, Villaricca 2012, pag. 160

Luca Menichetti. Lankelot, novembre 2012