Andreoli Marcella

Il telefonista di Al Qaeda

Pubblicato il: 3 ottobre 2006

” Il sangue dei mujaheddin morti in battaglia è il nostro nutrimento perché l’albero del terrorismo si nutre del sangue“.

Questa una delle frasi che costellano il libro di Marcella Andreoli, un vero e proprio reality thriller: protagonista è il primo pentito del terrorismo Islamico in Italia, giunto nel nostro paese dalla Tunisia, più per spirito di avventura che per autentica necessità.
Colto, poliglotta, laico (nel suo paese nemmeno frequentava la moschea), benestante, Riahd non aveva affatto le caratteristiche umane proprie di un disperato e perciò più facilmente preda del virus dell’integralismo omicida: ed invece l’abilità dei cattivi maestri di trasformare in bombe umane ragazzi, sovente ai margini della società, è stata tale da coinvolgere un uomo tutt’altro che sprovveduto; artefici della metamorfosi gli Imam della moschea di viale Jenner a Milano, dove negli anni novanta venivano reclutati giovani da avviare, prima ai campi d’addestramento di Haidora (Afganisthan) e poi al martirio.
La vicenda raccontata in “Il telefonista di Al Qaida” prende le mosse dall’anno 1996, quando ancora non c’erano i “teocon”, né la guerra in Iraq, né le vignette danesi; da subito scopriamo un mondo parallelo fatto di integralisti che operano in totale tranquillità: soltanto dopo gli attentati di Madrid nel 2004 e di Londra nel 2005 vi sarà piena consapevolezza che cellule terroristiche, disciplinate dalla regola della clandestinità e del clan, hanno vissuto e vivono tra noi, con una straordinaria capacità di dissimulare l’odio per il mondo occidentale che li ospita (potrà stupire leggere che fra gli spacciatori, i falsari operanti nelle nostre città, o fra certi lavoratori, apparentemente moderati e laici, si annidavano fior di mujaheddin pronti a diventare martiri, “shadid”, ed immolarsi come kamikaze).
Da qui gli scontati interrogativi: cosa spinge queste persone a delle scelte così radicali? Chi le comanda? Come si finanziano?
L’estremizzazione viene spiegata anche come l’eredità avvelenata dell’odio post-coloniale, che si accompagna al bisogno di aggregazione di chi vive da clandestino in un paese straniero: il contesto ideale per i predatori di uomini, di coloro che manovrano per far degenerare il disagio nel fanatismo religioso (“I veri mujaheddin non devono coltivare pensieri se non quello di fare i kamikaze”).
Un fanatismo che facilmente viene spacciato come medicina alla corruzione dell’occidente, ed induce al disprezzo, all’odio di tutti i familiari e connazionali che non condividono la jihad.
Quanto troviamo in “Il telefonista di Al Qaida” è stato anticipato due anni fa dal Corriere della Sera: una cellula radicale aveva pianificato dei devastanti attentati alla Stazione centrale di Milano, presso il comando dei carabinieri di via Moscova e la questura.
Quello che è accaduto prima a Madrid e poi a Londra doveva avvenire anche a Milano, nel Natale del 2000, in un’Italia base logistica per gli attentati in Spagna e per l’introduzione capillare della jihad nel resto del continente europeo.
Soltanto il mancato ordine finale dei vertici di Al Qaida, che preferirono incrementare le reti di raccolta per aspiranti kamikaze, ha impedito che il progetto fosse attuato.
Il racconto di Riahd conferma l’esistenza di una sorta di franchising dei gruppi integralisti, una rete che è penetrata nella nostra realtà e ne sfrutta al meglio la tutela giuridica e la libertà garantita dalla democrazia.
Dall’ultimo saggio di Allam, ricordo ancora il passo tratto dall’intervista al saudita Mohammad Bin Ali Koman, segretario del Consiglio dei ministri dell’Interno della Lega Araba: “Mi rincresce molto constatare la contraddizione di alcuni paesi occidentali. Da un lato dicono di essere contro il terrorismo, dall’altro offrono asilo sicuro a personaggi noti per il loro sostegno al terrorismo. Nel nome della libertà di espressione si consente loro di incitare e promuovere il terrorismo. Se gli occidentali dicono di essere così seri nella lotta al terrorismo, perché di fatto sono così ambigui?”.
Pensiamo soltanto alla cronaca recente: l’epilogo del processo “Bazar”, alla paradossale sinergia tra certe discutibili sentenze della magistratura (l’assoluzione di esponenti della jihad, quali “resistenti”) e la riforma Pecorella dell’appello.
La vicenda descritta in “Il telefonista di Al Qaida” è paradigmatica: dopo il suo arrivo dalla Tunisia, Riadh, uno dei tanti piccoli manovali del crimine, entra gradualmente nel mondo dell’integralismo milanese; Zouehir, colui che gli farà conoscere un influente imam di via Jenner, gli parlerà senza mezze misure: “Questi non sanno, non hanno ancora capito. Bevono, fumano, frequentano le ragazze, vanno in discoteca. Sono degli animali”.
L’ideologo integralista lo accoglierà mostrandogli una particolare comprensione; e poi continuerà con argomentazioni tutt’altro che inedite, parlando lentamente, con abilità, “anche se le parole erano come proiettili”(“…il giorno del Giudizio, dei fiumi di latte e miele che percorrono il Paradiso, del putridume che è l’Inferno in cui saremmo precipitati se avessimo continuato sulla via della perdizione”).
Ma non solo parole: i “novizi” vengono educati mediante videocassette con inni alla jihad, i sermoni più accesi, scene riprese dal vivo sui campi di battaglia dell’Afghanistan, della Bosnia, della Cecenia, e dove si illustra come annientare i “maiali” occidentali.
Rihad non si dimenticherà mai più una di queste “videolezioni” dove una decina di soldati russi vengono processati: la sentenza, il taglio della testa, viene fatta eseguire da alcuni ragazzini dall’apparente età di undici, dodici anni.
Intanto l’Imam, come un disco rotto, continuava a ripetere: “dovete trascorrere la vostra vita pensando di uccidere i nemici di Dio”.
Un autentico lavaggio del cervello: al termine di questa full immersion di odio assoluto, “anche il fratello di sangue, se non è un mujaheddin, è soltanto un semplice familiare” e dunque va considerato “come un maiale”. “Il terrorista non può avere parenti ma solo fratelli nella jihad”.
Fu così che Riahd, dopo un impegnativo apprendistato fatto di perlustrazioni a potenziali obbiettivi, attività criminali di falsario e spacciatore di droga, al fine di procurare denaro alla causa della jiahd, in virtù della sua abilità e furbizia, sarà scelto quale “centralinista” del gruppo: dotato di cellulari e satellitari gli arriveranno chiamate da ogni parte del mondo, e soprattutto dall’Afghanistan dove all’epoca operavano indisturbati i vertici di Al Qaeda.
Il nostro tunisino, nel periodo in cui era a servizio della causa terroristica, conobbe direttamente personaggi che di lì a poco finiranno al centro di complesse indagini.
Tra questi Abu Nassim, provetto istruttore in quel di Haidora e “takfin” (ora detenuto a Guantanamo).
I takfin rappresentano l’estremismo dell’estremismo, emettono sentenze di morte per le più piccole trasgressioni: “salutare una donna, bere una birra, fumare una sigaretta, è un peccato grave da lavare col sangue”.
E poi Osama Mostafa Hasan Nasr, detto Abu Omar, “un guerriero tutto d’un pezzo”, noto ai più per essere stato sequestrato nel febbraio 2003 da una squadra di agenti della CIA, con tutte le recenti polemiche ed iniziative giudiziarie che ne sono conseguite.
Abu Saleh, lo sceicco dai capelli rossi e dagli occhi azzurri, fuggito dall’Italia nel 2001 e poi morto in Afghnistan.
Ben Yahia Mouldi, detto Kamel, lo sceicco di via Masina, arrestato lo scorso maggio a Milano.
Yassine Chekkoouri e Abdelhaim Remadna, il lavapiatti diventato bibliotecario della moschea e il cuoco trasformatosi in segretario dell’imam, arrestati anch’essi a Milano pochi mesi fa.
Una vicenda difficilissima da sintetizzare, non fosse altro per la grande quantità di spunti, argomenti storico-politici che possono prendere le mosse da ogni pagina del libro, malgrado “Il telefonista di Al Qaeda” non faccia altro che riportare le confessioni (suffragate da prove) di uno dei rarissimi pentiti della jihad.

Marcella Andreoli, giornalista che da anni segue temi legati all’eversione, per giorni, in uno dei rifugi segreti dove si trova Riahd (adesso vive per forza di cose sotto protezione), ha raccolto le testimonianze dell’integralista, o meglio “ex-integralista”, e ne ha tratto un racconto che potrebbe realmente inquietare, in questo suo scandagliare “le vie segrete e tenebrose dei kamikaze”.
Questo l’indice (significativo) dei capitoli: I. Una voce dall’Arabia Saudita; II. Le origini dell’odio; III. Il potere degli imam; IV. Una ragnatela di cellule; V. Il segreto è un dovere; VI. I finanziamenti; VII. Sceicchi, covi e cooperative; VIII. Il mito di Haidora; IX. Milano capitale del terrore; X. Una bomba alla stazione; XI. Il viaggio verso Dio; XII. Nel cuore di Al Qaeda, XIII. Perché ho deciso di fuggire dalla jiahd; I protagonisti.
Quello che potrebbe apparire semmai piuttosto sbrigativo è l’epilogo, la scelta di Riahd, da tempo sfrustrato perché impossibilitato a finire la sua vita come kamikaze, di uscire definitivamente da un’organizzazione che in Italia, al momento, era stata decapitata (i suoi capi erano o in carcere o in Algeria e Afgahnistan a combattere).
Ormai solo, Riahd comincia a chiedersi se valesse la pena morire per la jiahd: “Il terrorismo si basa sull’ignoranza di ciò che è diverso da te. Vive sulla assoluta mancanza di integrazione. Ci dicevano che voi occidentali eravate dei maiali e noi ci credevamo perché di voi non sapevamo altro che turpitidini. Ammazzarvi, dunque, era cosa giusta”.
Un pentimento faticoso che nasce anche dalla progressiva consapevolezza di quanto gli “Sciaikh” fossero ignoranti, attaccati al potere ed al denaro.
Bisogna considerare un altro aspetto, che rende la figura del tunisino assolutamente particolare: è un uomo colto, che legge (per gli ideologi estremisti una vera bestemmia), che conosce bene Leopardi, Pavese (da qui il titolo).
“Paradossalmente, ma non troppo, è da questo suo interesse per i libri che è iniziata la sua riflessione sulla jiahd”.
Era la notte del 16 settembre 2005: da quel momento Riahd, inizia a collaborare.
Il pubblico ministero Stefano Dambruoso e il vicequestore Bruno Megale si sono recati a Roma, presso una caserma della polizia, per incontrare il primo pentito di Al Qaeda in Italia.
La chiusa del libro è affidata alle poco rassicuranti parole di Rihad, “Al Qaeda, ormai, è una sigla, E Osama Bin Laden un nome ma anche un pretesto. Con la sua morte o con la sua cattura, il progetto non subirà né rettifiche o soste. E’ un “dovere” fare la guerra all’occidente.
Siete nel mirino. Lo eravate quando ero il telefonista di Al Qaeda. Lo siete ancora oggi, e anche di più. E a me dispiace”.
Anche a noi.

Le pagine di Marcella Andreoli sono il perfetto completamento alle cronache che Guido Olimpio e Paolo Biondini, per anni, hanno condotto sul Corriere della Sera.
Il libro è edito dalla Baldini&Castoldi dell’ex editore dell’Unità Alessandro Dalai: non certo sospettabile di “teoconservatorismo” o di simpatie per le grida belluine della Fallaci.
Di sicuro, per riprendere una recente recensione al vetriolo, un libro che ci racconta “quello che la sinistra italiana dovrebbe sapere da anni e che ancora oggi crede di non sapere (perciò, tanto per non sapere né leggere né scrivere, sguinzaglia in giro per il mondo i suoi inviati speciali per cercare di dimostrare che a minacciare la pace nel globo sarebbero l’islamofobia e i teocon)”; ma che ci fa ben capire come il terrore islamista non si vince soltanto con l’indispensabile repressione giudiziaria o con la guerra nei luoghi della jiahd.
L’arma per la sua definitiva sconfitta era e resta l’integrazione di coloro che sono realmente moderati (e perciò odiati dagli integralisti al pari dei “maiali” occidentali).

Chi conosce meglio il nemico vincerà. Ecco perché considero Il telefonista di Al Qaeda un’arma intellettuale nell’arsenale della democrazia“. (Gianni Riotta)

Edizione esaminata e brevi note

Marcella Andreoli – “Il telefonista di Al Qaeda – La confessione del primo terrorista pentito della jihad in Italia” – Baldini Castaldi Dalai editore – pag. 196 – € 16,00

Recensione già pubblicata su ciao.it il 16 marzo 2006

Luca Menichetti. Lankelot.eu, ottobre 2006