Angelini Sut Adriano

La ballata di Berenice

Pubblicato il: 28 Luglio 2025

“Insomma volete fa la rivoluzione?” L’amico lo guardò in tralice: “tu no?”. “Io so’ un poveraccio – disse – vengo dar paese e probabilmente al paese tornerò se non me do da fa”. Alfredo rise sotto i baffi. “No? Non sei convinto?”, fece lui, dando una bella sorsata. “Tu sei quello che vuoi esse’, il punto adesso è che sei quello che loro vogliono che tu sei”. “Loro chi?”. “Come chi? I padroni”. “E ‘ndo stanno ‘sti padroni?”. “Sono bravi a non fasse vede’, infatti quelli come te, che sono la maggioranza, giustamente se chiedono: ‘ndo stanno?” (p.124).

Torna nelle librerie Adriano Angelini Sut, a cinque anni dal fascinoso ed inquietante Imago Lux, con un romanzo ambientato nel cuore degli anni Settanta; un passato ancora molto prossimo, a ben guardare, anche per coloro che lo hanno vissuto solo ai suoi albori. Un passato prossimo nel quale vento di cambiamento e aspirazioni, per le giovani generazioni, erano ancora orizzonti possibili, respirabili, sia pur ingenuamente e con un corollario di contraddizioni che avevano comunque le loro giustificazioni. Perché i “padroni”, al tempo, erano ancora percepibili, se non proprio visibili ad occhio nudo. Erano “bravi a non farsi vedere”, come ci dice un personaggio di questo romanzo, ma c’erano. C’erano eccome; e se non direttamente loro, quantomeno i loro vassalli potevano diventare bersagli per chi aveva in animo di ribellarsi. Oggi i padroni, invece, chi sono? Sono più immateriali degli ectoplasmi, sono impalpabili, indefiniti, inanimati. Sono vuoto che risucchia tutto e tutti nell’identico vortice, comprese le giovani generazioni, anche e soprattutto coloro che, convinti di ribellarsi al potere, ne sono diventati tristemente lo specchio (in)consapevole, quando non gli utili idioti di turno.

Questa premessa e d’obbligo per introdurre La ballata di Berenice, opera che ambienta le sue vicende nel 1976, anno in cui ci fu il terremoto del Friuli, la tragedia del Cermis; nel quale venne sollevata la questione dell’aborto, e in cui il Partito Comunista Italiano ottenne il suo miglior risultato alle elezioni politiche (34,4%). Era il tempo dei sequestri, delle lotte tra forze extraparlamentari sempre più lontane dai partiti di riferimento, del terrorismo di matrice politica che si apprestava a fare il “salto di qualità”.

In tale contesto l’autore incrocia le storie di quattro giovani personaggi, Manuel, Alba, Davide e Berenice, ventenni in cerca di sé e del loro posto in un mondo nel quale, come si diceva, c’era ancora l’ambizione di voler cambiare veramente qualcosa dal basso. Manuel è un ragazzo di paese che lavora come muratore e imbianchino a Roma, sogna di fare il porno attore ma anche il fotomodello. Alba è una ragazza del Casilino che sogna il principe azzurro, lavora in un negozio di ottica vicino via Veneto. Berenice è figlia di un industriale e armatore vicino alla DC e di una ricca ereditiera. Si fa di eroina ed è sperduta nel suo mondo. Davide è uno dei leader del movimento studentesco ed è odiato dal padre di Berenice perché ha sobillato i lavoratori della sua fabbrica contro le ingiustizie sociali. Le vite dei quattro ragazzi si incrociano una sera di inizio estate alla festa di Berenice al Circeo, durante la quale la ragazza viene rapita.

Chi ha letto le due precedenti opere di Adriano Angelini Sut, L’ultimo singolo di Lucio Battisti, in particolare, può immaginare, a grandi linee, l’intreccio di destini che l’autore ci metterà di fronte. E il che, sia ben chiaro, non avrà affatto un effetto déjà-vu, quando si parla del letterato romano classe 1968, ma è più che altro un tratto distintivo dell’autore che qui piacevolmente si ritrova, quasi un marchio di fabbrica. Anzi, di più. Se in un’opera monumentale e dal largo respiro come L’ultimo singolo, Angelini Sut deve necessariamente diluire la sua capacità di caratterizzare personaggi e contesti narrati nell’arco di un cinquantennio, qui dimostra di saper gestire al meglio una rilevante mole di eventi significativi nell’arco di pochi mesi. La narrazione è al contempo ricca di fatti, ma ben centrata sui protagonisti, agile nello sviluppo e con un ritmo costante che non si perde in improbabili equilibrismi narrativi o dialettici, né soprattutto in leziosità o autoreferenzialità di sorta. I personaggi sono realistici e verosimili, dotati a tutti gli effetti di “anima senziente”, le descrizioni dei contesti familiari sembrano quasi “filmare” eventi sorprendentemente intimi, da noi conosciuti. E come e più che in Battisti, c’è anche un persistente filo che lega i personaggi a qualcuno o qualcosa che li trascenda (il karma e la reincarnazione), tanto da affrancarsi dall’immanente crudeltà dei fatti.  Siamo agli antipodi, e per fortuna, rispetto alla “noia artificiale” dei recenti vincitori dello Strega. Detto in parole “povere”: Adriano Angelini Sut sa scrivere, e scrive talmente bene che è quasi impossibile non immedesimarsi nei suoi personaggi, anche quando a noi caratterialmente o ideologicamente distanti, o calarsi totalmente in contesti che non conosciamo o conosciamo solo di rimando. È come guardare un film, e ciò denota il taglio cinematografico delle opere dell’autore, che ha certamente interiorizzato tanto cinema di genere dei Settanta, la lezione di registi come Elio Petri, Carlo Lizzani, Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Fernando Di Leo, Lucio Fulci, ma anche, per alcune peculiarità, di maestri come Dario Argento e Pier Paolo Pasolini.  Tutte queste suggestioni si mescolano alla propensione indagatrice di Adriano Angelini Sut, le cui opere non celano affatto il suo orientamento critico e la vis polemica – a volte dissimulati o nascosti tra le pieghe della narrazione stessa – che svelano il suo orientamento libertario, lontano anni luce dall’attuale mainstream editoriale.

Provate a visualizzare gli eventi che si susseguono in Berenice mentre leggete e vi accorgerete, come per incanto, di essere dentro un film dell’epoca; sentirete addirittura, se li avete anche solo fuggevolmente interiorizzati o vissute, odori sapori e sensazioni proprie del tempo andato. Di un passato prossimo non così lontano, come si diceva in sede d’introduzione, se raccontato da chi lo sa veramente raccontare, come l’autore in questione.

“Si mise il costume, scese dalla roulotte, vide uno scoiattolo che sgusciava via e s’infilava in un cespuglio. Avrebbe ritrovato il sorriso, la gioia di godere della Natura, una nuova prospettiva di vita nell’incarnazione successiva, ne era sicura. O forse non si sarebbe reincarnata sulla Terra e sarebbe transitata su pianeti meno ostili, con popoli meno infami e soggiogati dal potere. Tirò fuori l’asciugamano del mare. Sarebbe andata scalza. Voleva sentire la terra per l’ultima volta, voleva ferirsi, pungersi, percepirsi radicata prima di spiccare il volo” (p.226).

Federico Magi, luglio 2025.

Edizione esaminata e brevi note

Adriano Angelini Sut, Roma, 1968. Ha pubblicato tra gli altri: 101 cose da fare a Roma di Notte (Newton Compton, 2010); 101 gol che hanno cambiato la storia del calcio (Newton Compton 2010); Jackie (Gaffi Editore, 2015); Mary Shelley e la maledizione del lago (Giulio Perrone, 2017 – Ensemble, 2024); L’ultimo singolo di Lucio Battisti (Gaffi Editore, 2018 – Idrovolante, 2023) e l’horror Imago Lux (Ensemble, 2020). Ha collaborato con “Il Foglio”, “Radio Radicale” e “Atlantico Quotidiano”. Ha tradotto diversi libri, tra cui: Virtnet Runner. Il programma, James Dashner (Fanucci); Ogni cosa è maschera, Janice Galloway (Gaffi); Sex trafficking, Siddarth Kara (Castelvecchi).

Adriano Angelini Sut, La ballata di Berenice, ad est dell’equatore, 2025.