Lucamante Stefania

Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah

Pubblicato il: 3 aprile 2012

Per chi, come me, è appassionato di letteratura della Shoah, il saggio della Lucamante è una lettura illuminante e preziosa. La studiosa italiana, docente presso la “Catholic University of America”, concentra la sua attenzione su un settore della letteratura dell’Olocausto fin troppo spesso omesso o trascurato, quello rappresentato dalla letteratura femminile e, ancora più segnatamente, dalla letteratura femminile italiana.

L’accuratezza e la profondità dell’analisi della Lucamante mettono in luce le peculiarità di questo microcosmo letterario solitamente poco studiato e ne evidenziano tutta la portata storica, umana e letteraria. “Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah si porge quale testimonianza critica dell’impegno assunto da alcune scrittrici italiane (o che hanno scelto l’italiano come strumenti linguistico) a trasmettere la prospettiva femminile su eventi che hanno determinato la storia d’Italia e d’Europa nello scorso secolo, principalmente le leggi razziali e la Shoah, sullo sfondo di una sofferta parentesi mussoliniana e della sua pesante eredità“.

Attraverso i sei capitoli che compongono il libro, la Lucamante spiega “come quindi una donna produca e trasmetta la memoria di un evento storico epocale com’è stato la Shoah“. Perché le donne, come si evince da innumerevoli testimonianze, hanno vissuto la tragedia della deportazione, della prigionia e dello sterminio con una coscienza molto diversa dagli uomini, anche se la Storia o buona parte della letteratura legate all’evento non sottolineano quasi mai tale differenza.
Le rappresentazioni letterarie delle italiane, ad oggi, non sono molto numerose così come scarseggiano approfondite analisi teoriche relative a questo tema. La Lucamante, per affrontare il suo studio, parte dai “memoriali”, quelle forme di scrittura che servirono ad alcune donne tornate dai campi, per raccontare, recuperando immagini e ricordi, quanto avevano visto e vissuto. Il percorso procede poi verso forme di scrittura che trasfigurano in componimenti letterari veri e propri in cui la testimonianza sa divenire fiction senza perdere mai, nemmeno per un istante, la propria valenza e il proprio spessore. Il percorso procede poi fino ad affrontare quei testi nati dai cosiddetti “figli della Shoah”, persone che non hanno vissuto in prima persona l’orrore dell’Olocausto, ma che hanno scelto di raccogliere la memoria delle proprie madri o della propria famiglia per trasmetterla attraverso un testo. La suddivisione logica e cronologica compiuta dalla Lucamante, in sostanza, è la seguente:
a) esempi di scrittura di testimonianza nel primo periodo (1945-55);
b) testimonianze e romanzi del secondo (1974-85);
c) nell’ultimo (1990-presente) la scrittura si apre a una gamma multiforme di testo di saggistica, romanzi e memorie senza trascurare interessanti ibridazioni generiche, le cosiddette scritture di frontiera, e ancora altre testimonianze
“.

Recuperando un principio affermato da Primo Levi, la studiosa sottolinea come il racconto di un reduce della Shoah è da considerarsi come un genere letterario a sé stante e, nel contempo, deve essere visto come un obbligo morale e civile. Tra le prime sopravvissute che riuscirono a scrivere una propria memoria della Shoah c’è Giuliana Tedeschi Fiorentino. La sua testimonianza, al pari di quelle di Liana Millu o di Lidia Beccaria Rolfi, restituisce una visione molto toccante e chiarificatrice di quale fosse il “senso dell’ebraismo” in Italia al tempo dell’imposizione delle Leggi Razziali, ma anche il senso di estraniamento e di alienazione provato da chi tornava a casa e, spesso, non trovava comprensione né credibilità. La violenza fisica e psicologica vissuta dalle donne, come si può facilmente intuire, non è identica a quella vissuta dagli uomini. Il corpo femminile si fa “bersaglio”, diventa cioè oggetto di stupri, abusi e molestie, un tema che viene spesso trasferito, in maniera palese o in maniera latente, negli scritti delle sopravvissute: “… quello che maggiormente colpisce chi legge i testi delle deportate è quella diffusa condizione di corporeità, la vischiosità del racconto nell’immagine scelta per trasmettere il vissuto. Non si vuole dimenticare il proprio corpo; anzi, lo si trattiene nell’immagine narrata“.

Dai memoriali di reduci come Frida Misul, Alba Valech e Luciana Nissim si evince anche quanto l’esperienza dei campi di sterminio, difficile e dolorosa per ogni donna, sia stata ancora complicata per le italiane. Non erano abituate al clima così rigido, non sapevano arrangiarsi, parlavano solo l’italiano e per questi motivi morivano più facilmente delle altre. “Le donne, escluse dal sistema patriarcale della guerra, sono immesse nel campo in quanto ritenute prive degli attributi propri del loro genere. La disumanizzazione quindi si riflette in modo ancora più oppressivo per loro, un momento senza precedenti nel mondo europeo“.
Purtroppo i memoriali delle italiane non sono numerosi. Come ha evidenziato Anna Bravo, con l’avvento del femminismo e con una nuova presa di coscienza, finalmente le donne scelgono di “aggiungere la loro parola a quella di chi le aveva precedute nel tempo nella decisione di parlare delle proprie esperienze“. E si arriva così al secondo periodo, quello caratterizzato da testimonianze che si fanno romanzo e che vede, come maggiori rappresentati Edith Bruck e Liana Millu. L’impegno etico si fonde, in questo caso, con quello estetico e il racconto viene trasfigurato in forma romanzesca mantenendo intatto l’obiettivo finale: lottare contro il pericolo dell’amnesia. “Millu e Bruck costituiscono il modello classico della testimone divenuta “reduce di mestiere” per necessità e per amore della scrittura“.

Ma c’è anche un altro filone letterario che la Lucamanti esplora attraverso “Quella difficile identità” ossia quello delle “bambine di Roma”: Lia Levi, Rosetta Loy e Giacoma Limentani. Grazie ai loro scritti, immaginifici ma pur sempre radicati nella concretezza del Ghetto romano, si può percepire il carattere della Shoah in Italia e il livello di assimilazione degli ebrei italiani. La componente finzionale dei testi delle tre autrici, “ancora bimbe al tempo delle leggi razziali“, è predominante ma, in ogni caso, gli scritti di Levi, Loy e Limentani sono complementari ai memoriali e ci permettono di avere una visione più ampia degli eventi: “l’esperienza del razzismo e della guerra in Italia, percepite da bimbe la cui voce in età adulta acquista autorità e consapevolezza“.

Un lungo capitolo del libro è poi dedicato a “La Storia” di Elsa Morante. Ho avuto la sensazione che questa parte sia un saggio dentro al saggio, uno studio talmente accurato e profondo che meriterebbe, probabilmente, un’analisi a sé. La studiosa affronta con meticolosità la genesi de “La Storia”, scava dentro i suoi significati, ricostruisce il dibattito critico attorno al libro sottolineando la rilevanza, spesso sottovalutata o del tutto ignorata, dei temi ebraici in esso contenuti.

Infine c’è spazio per gli scritti dei “figli dell’Olocausto”, prima tra tutte Helena Janeczek. Scritti generati, a partire prevalentemente dagli anni ’70, quando i figli dei sopravvissuti alla Shoah cercano, e in qualche caso pretendono, un dialogo con i propri genitori soprattutto per comprendere certi silenzi e una storia familiare mancante. “Non aver vissuto la Shoah, se non per interposta persona, non significa ignorarne la sofferenza filtrata attraverso i genitori, tutt’altro. E’ questo che i figli cercano di dire nei loro scritti“. Eredi di una testimonianza ingombrante e spesso “nebulosa” si trovano a dover affrontare, facendolo proprio, “il dovere morale, prima ancora di quello artistico, di rappresentare le difficoltà, i problemi, i traumi di ritorno della propria famiglia“.
Un saggio complesso ed affascinante quello della Lucamante la cui lettura, come si può intuire, non è semplicissima. Infatti credo che “Questa difficile identità” possa essere un ottimo testo accademico, ma anche un’opera nella quale i continui riferimenti filosofici, letterari e storici diventino, oltre che elemento di supporto teorico, anche spunto per ulteriori ricerche ed approfondimenti.

Edizione esaminata e brevi note

Stefania Lucamante si è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università di Cagliari ed ha ricevuto il dottorato in Letterature Comparate presso The Catholic University of America nel 1995. Vive a Washington DC dal 1986 ed è specializzata in Women’s Studies e letteratura contemporanea. Ha insegnato in diverse Università statunitensi ed ha pubblicato una lunga serie di studi dedicati alla letteratura femminile, alla storia della Shoah e sul romanzo contemporaneo. Collabora anche con varie riviste nordamericane.

Stefania Lucamante, “Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah”, Iacobelli Editore, Roma, 2012.

Stefania Lucamante: Scheda (The Catholic University of America)