Tetti Gianni

Grande nudo

Pubblicato il: 29 gennaio 2017

“Un altro respiro. Paura. Quello che vede. Un cane che le ha chiesto il suo nome. E lei. Incontenibile prurito […] Non lo so, il mio nome. Non so il mio nome. Non” (pp.14). Il primo impatto con la pagine di “Grande nudo” può rivelarsi spiazzante: una costruzione paratattica che non lascia tregua e che soltanto dopo molte pagine inizia ad aprirsi a delle più consuete subordinate. Frasi forse meno spigolose che comunque non stemperano l’efficace martellamento dei tanti soliloqui; e soprattutto la ferocia presente nella Sardegna del “majarzu”. Un luogo solo in parte distopico. La catastrofi ambientali, gli attentati, i pregiudizi razziali, le perversioni vengono raccontate e si susseguono in un mondo che ha tutte le caratteristiche della contemporaneità; semmai possiamo interpretare questa deriva verso il post-umano, come estremizzazione dell’esistente.

Una deriva  fatta di sangue, sporcizia materiale e morale, vendetta e ben poca redenzione, che coinvolge Signor Mario, Maria la cagna, Don Casu, Candida, Pluto, il ragazzo con i capelli neri, quello con i capelli rossi, il majarzu, Camille (questi i “personaggi principali” secondo Gianni Tetti); e poi ancora i “personaggi loro malgrado”, come il dottore, Donorio e gli infetti, i colonnelli; “i personaggi che si nascondono” (i cani, i bambini). Se è vero che “Grande nudo” sfugge a molte delle definizioni più ordinarie, è lecito parlare quindi di una sorta di “romanzo corale”: tante voci, alcune delle quali, grazie un procedere delirante, capaci di aprirsi ad un’autentica introspezione psicologica. Voci solo apparentemente estranee tra loro; poi un indizio – viene da pensare che l’autore abbia ben presente i suoi precedenti di sceneggiatore – e allora iniziano a chiarirsi i diversi piani temporali e le inaspettate relazioni esistenti tra “personaggi principali” e “personaggi loro malgrado”. Il tutto annunciato da presagi a dir poco inquietanti: in una anonima città contemporanea i cani diventano improvvisamente feroci, aggrediscono i loro padroni e fuggono verso le terre infette, abitate dai sopravvissuti di innominabili esercitazioni militari (il pensiero corre inevitabilmente a  Perdasdefogu e a Quirra). Intanto si susseguono devastanti attentati e proseguono le bestialità di personaggi a dir poco perversi (il dottore, signor Mario) e disgraziati che recitano una parte sempre più scomoda (Don Casu). Un crescendo di brutalità, allucinazioni, stranezze e violenze che preludono ad una disgregazione dei rapporti di natura (Maria “la cagna”, mutilata, fugge dai suoi aguzzini e si riunisce ad una sorta di famiglia allargata di infetti; i cani autentici che uccidono i loro padroni): bestie che appaiono umanizzate soprattutto nell’esprimere violenza e vendetta, uomini che si degradano ad animali feroci. Maria “la cagna”, sopravvissuta a delle sevizie che le hanno devastato i connotati, e il “majarzu”, un pescatore colpevole di omicidio e prossimo a morire, si ritrovano, probabilmente loro malgrado, a condurre l’orda di malati e di cani contro una città abitata da privilegiati prossimi a diventare pure loro delle bestie a tutti gli effetti.

La reazione dell’esercito, comandato da tronfi psicopatici, si annuncia devastante, catastrofica, con migliaia di vittime lasciate marcire per le strade, probabilmente in prospettiva di una spietata restaurazione; ma, nonostante la brutta fine annunciata di tanti “personaggi principali” e “loro malgrado”, si può immaginare un incerto spiraglio di redenzione per qualche sopravvissuto; vuoi con la fuga, vuoi in virtù di una rinnovata consapevolezza di fronte alle atrocità commesse da coloro che si dicono civili: “volevo fare un gesto di civiltà, perdonarli, dare loro una seconda chance. Volevo recuperare un po’ dell’umanità che avevo perso” (pp.641).

La narrazione fiume di Gianni Tetti (un romanzo di quasi settecento pagine), nonostante in questo caso non si possa parlare di un classico “bello stile”, vuoi per il contesto apocalittico, vuoi per i riferimenti alla tradizione sarda più arcaica, dovrebbe far riconsiderare il significato più comune di minimalismo, spesso assimilato soltanto dall’uso limitato delle parole e delle descrizioni. “Grande nudo” è romanzo che si è già meritato lodi soprattutto per “l’ampio respiro” della narrazione, seppur abbinato ad uno stile a dir poco scarno ed essenziale. Possiamo dire allora che per scommettere su un’opera del genere c’è voluta una buona dose di coraggio. Proprio quella caratteristica che, secondo David Leavitt, “è l’unica virtù che ogni romanziere deve possedere in abbondanza”.

Edizione esaminata e brevi note

Gianni Tetti, è nato a Sassari. Si occupa di cinema e letteratura. Ha scritto e diretto il documentario “Un passo dietro l’altro”, è sceneggiatore di “SaGràscia” e ha collaborato alla sceneggiatura di Perfidia (due film diretti da Bonifacio Angius). Suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste (Frigidaire, Il Male, Atti impuri) e in diverse antologie. Per Neo Edizioni ha pubblicato “I cani là fuori” (2009) e “Mette pioggia” (2014).

Gianni Tetti, “Grande nudo”, Neo Edizioni (collana “Iena”), Castel di Sangro 2016, pp. 688.

Luca Menichetti. Lankenauta gennaio 2017