Sgrena Giuliana

Dio odia le donne

Pubblicato il: 23 ottobre 2016

A parte la splendida copertina, costituita da una suggestiva foto di Oleg Dou, di questo libro ho amato immediatamente il titolo: emblematico, estremo, cinico, controverso. Come potevo non esserne attratta? Dio odia le donne? Evidentemente sì. Meglio: ad odiare le donne sono prevalentemente gli uomini di Dio ma non solo. La Sgrena compie un lungo e complesso viaggio all’interno dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo, islam) e si insinua tra le pieghe di tradizioni, tabù, leggende e regole religiose che, spesso da millenni, costringono il genere femminile ad un ruolo subalterno rispetto agli uomini. Dall’Introduzione: “La Bibbia, la Torah o il Corano sono gli strumenti di questa aggressione, spesso utilizzati a sproposito. E quando non bastano le Sacre Scritture vengono in soccorso i santi per chi li venera, i miracoli per chi ci crede, gli hadith del Profeta (veri e falsi), i dogmi. Le religioni costituiscono l’alibi per il patriarcato“. Il testo della Sgrena, per stessa ammissione dell’autrice, è il frutto di una ricerca personale “sulle ragioni alla base dei comportamenti adottati o imposti dalle religioni monoteiste sulle evoluzioni che hanno consentito loro di adeguarsi ai cambiamenti culturali e sociali“.

Lo sguardo e la voce di Giuliana Sgrena sono quelli di una donna atea. Una donna che ricorda in vari frangenti la sua infanzia, quando veniva educata dalle suore che chiedevano ai bambini di pregare per lei visto che, figlia di un partigiano e quindi comunista, era costretta vivere a contatto con un padre “demonio”. A parte i “Fantasmi” iniziali, “Dio odia le donne” si dispiega in altri nove capitoli in cui la giornalista e scrittrice affronta una corposa serie di questioni, tratte per lo più dai testi sacri, che aiutano a capire da dove provengano le imposizioni prescritte per le sole donne. E si comprende anche perché, nemmeno troppo stranamente, le prime vittime dei vari fondamentalismi religiosi siano regolarmente e sempre le donne. I criteri o i luoghi possono essere diversi, ma il modo in cui gli uomini tendono a considerare le donne, porta sempre ad uno identico esito: la donna è un oggetto sessuale di proprietà maschile indipendentemente dal fatto che la si obblighi ad indossare un burqua o a bramarla nuda.

La Torah, testo sacro ebraico, esalta la misoginia. Ogni ebreo osservante, ogni mattino, ringrazia il suo Dio di non averlo fatto donna. Il cristianesimo prima e l’islam poi non hanno fatto che riprendere ed esasperare ulteriormente tale concezione. Il matriarcato sembra essere alla base di molte culture e molti popoli esistiti ed esistenti al di fuori dei monoteismi. Il patriarcato, quindi il fatto di basare la discendenza e il potere sociale esclusivamente sulla linea maschile, è una prerogativa delle religioni monoteiste. E come poter proteggere, garantire e favorire il patriarcato se non opprimendo, limitando e sottovalutando il ruolo della donna? La sua intelligenza diventa facilmente astuzia, la sua bellezza diventa occasione di peccato, i suoi talenti diventano perversioni. La salvezza dell’uomo deve passare, necessariamente, dalla mortificazione fisica e psicologia della donna: causa originaria di peccato e fonte di ogni disgrazia. Nei testi sacri la donna è secondaria fin dall’atto della creazione. E tanto spiega e basta a giustificare la sua sottomissione al maschio.

Il culto della verginità è uno degli argomenti più interessanti sviluppati dalla Sgrena la quale affronta tale tematica muovendosi tra cristianità ed islam. Si rileva necessariamente il ruolo di Maria madre e vergine, un dogma introdotto dai vescovi durante il Concilio di Costantinopoli nel 381. Anche se nel Corano non si parla mai di verginità prima del matrimonio, col tempo gli islamici hanno imparato a darle un peso determinante tanto che, anche oggi, considerano la verginità una dote imprescindibile per una sposa. La castità delle donne (ma non degli uomini) nella religione islamica è fondamentale, così come certe stringenti regole di comportamento che vengono impartite alle bambine fin dalla più tenera età. Regole e tradizioni che vanno a configgere con gli usi e le abitudini dei Paesi occidentali in cui spesso molte famiglie islamiche si trovano a vivere dopo aver abbandonato le loro terre d’origine.

L’argomento che, in tutto il libro, mi ha colpito maggiormente è trattato nel sesto capitolo: “Figlie di Cleopatra”. In queste pagine Giuliana Sgrena analizza e descrive la pratica delle mutilazioni genitali femminili che, ancora oggi, in molti luoghi del mondo, Europa compresa, vengono riservate alle donne. Solitamente alle bambine. Materia sicuramente scottante, delicata e per certi versi terrificante. Le testimonianze raccolte sono agghiaccianti e, ancora una volta, la ragione di tali pratiche non può che essere ricondotta al solito obiettivo: la dominazione dell’uomo sulla donna. Le MGF (mutilazioni genitali femminili) non sono contemplate in nessun testo sacro. Solo nel Vecchio Testamento si parla di circoncisione maschile. Le MGF si praticano nella stragrande maggioranza dei Paesi islamici ma sono e restano un tabù, non se ne deve parlare e, cosa ancora più grave, spesso le leggi promulgate per combattere ed evitare tali pratiche, non servono a debellarle. Le tradizioni sono più forti di qualsiasi regola di Stato. Le MGF dovrebbero, secondo la logica religiosa, garantire la verginità prima del matrimonio ed evitare l’adulterio subito dopo. In realtà non funziona esattamente così visto che le mutilazioni, spesso, fanno solo in modo che la donna non riesca a raggiungere il piacere sessuale.

Divorzio, discriminazioni, stupro, corpo, segregazione, mestruo, onore, maternità, velo, poligamia, aborto, discendenza, autodeterminazione, femminicidio. Questi sono alcuni dei numerosi altri argomenti che la Sgrena, col suo scrivere attento e lucido, affronta in “Dio odia le donne”. Temi spesso complessi che la scrittrice sviluppa con attenzione, delicatezza e spirito critico. Non ci sono imbarazzi né mezze misure: si mettono a confronto le tre grandi religioni monoteiste tanto che, ponendo in maniera così ravvicinata i numerosi dettagli, è abbastanza facile rintracciare legami profondi tra l’una e le altre. E’ un libro sicuramente interessante, essenziale ma esauriente, per molti versi lacerante ma anche coraggioso. L’intento di Giuliana Sgrena, come lei stessa spiega, è racchiuso in un’urgenza necessaria di laicità. Perché serve un nuovo Rinascimento, “che possa finalmente superare tutte le false credenze“.

Edizione esaminata e brevi note

Giuliana Sgrena è nata Masera, Domodossola, nel 1948. Dal 1988 scrive per “Il Manifesto” e dal 1997 per il mensile “Modus vivendi”. Il 4 febbraio 2005 viene rapita dall’Organizzazione della Jihad islamica mentre si trovava in Iraq per scrivere dei reportage per il suo giornale. Il 4 marzo viene liberata grazie alla mediazione dei servizi segreti militari italiani. La sua carriera è legata soprattutto ai suoi resoconti da aree in guerra: Algeria, Somalia ed Afghanistan. Oltre ad essere una giornalista, Giuliana Sgrena è anche autrice di vari saggi che si occupano di guerra, donne ed islam. Tra questi: “Alla scuola dei taleban”, Manifestolibri, 2002; “Il fronte Iraq. Diario di una guerra permanente”, Manifestolibri, 2004; “Fuoco amico”, Feltrinelli, 2005; “Il prezzo del velo. La guerra dell’Islam contro le donne”, Feltrinelli, 2008; “Il ritorno. Dentro il nuovo Iraq”, Feltrinelli, 2010; “Rivoluzioni violate. Primavera laica, voto islamista”, Il Saggiatore, 2014 e “Dio odia le donne”, Il Saggiatore, 2016.

Giuliana Sgrena, “Dio odia le donne“, Il Saggiatore, Milano, 2016.

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